L’amicizia tra i due Santi risale al 1885: Di Francia Fondatore del Rogate a Messina, e Cusmano Fondatore dell’Opera Boccone del Povero a Palermo.
La loro santità è stata dichiarata ufficialmente dalla Chiesa con la beatificazione del Cusmano (30 ottobre 1983) e la canonizzazione del Di Francia (16 maggio 2004). Per entrambi il solenne Rito è stato presieduto dal Papa Giovanni Paolo II, dinanzi ad una folla immensa di pellegrini provenienti da ogni parte del mondo e acclamanti in Piazza San Pietro.
Padre Annibale fu certamente amico, stimatore e devoto del Padre Giacomo Cusmano. Si conobbero personalmente a Messina, quando il Cusmano vi si recò l’11 maggio 1885 di ritorno da Roma.
È questa la data d’inizio delle loro relazioni personali. Certamente prima si conoscevano per fama e attraverso la corrispondenza epistolare, iniziata nel 1884, che è di pubblica conoscenza.
Il Cusmano, tornando da Roma in treno, si fermò a Messina perché chiamato dall’Arcivescovo Giuseppe Guarino, che gli voleva affidare un «incarico interessante». Si trattava del progetto di aggregazione del Boccone del Povero e dell’Opera di carità del sacerdote messinese Annibale Maria Di Francia.
Nel mese di luglio del 1884 Padre Annibale era anche andato a Roma a chiedere soccorsi al Papa tramite il Canonico Isidoro Carini. Ed era stato proprio il Carini a proporre la fusione dell’Opera del Di Francia con quella del Boccone del Povero. Era iniziato così il carteggio epistolare tra Padre Annibale e Padre Giacomo.
Ma torniamo a quel lunedì 11 maggio, alle ore 11, quando i due finalmente si incontrarono nel palazzo arcivescovile di Messina alla presenza dell’Arcivescovo Giuseppe Guarino. Poi il Cusmano si recò al quartiere Avignone, ma la progettata fusione non si realizzò per la «imparzialità del Cusmano, come scrisse il Di Francia nella sua relazione su quell’atteso incontro.
«No – egli disse – non posso prendere per me questa nascente Istituzione, poiché vedo che va, che ha un nome a sé, ha già un avviamento, il Signore potrebbe volere un’altra sua Opera».
La relazione di Padre Annibale, scritta nel 1923, è tutta condotta in un tono di ammirazione e di venerazione per la santità del Padre Giacomo. Egli fu anzitutto colpito dal primo saluto: «Al primo vedermi – scrisse – anticipando qualunque altro saluto, mi disse: Gesù Cristo nostro!; quante cose mi parve di comprendere in quel saluto che usciva tanto dai soliti convenevoli!».
Fu poi colpito dalla predica che Padre Giacomo tenne alle «Case Avignone» il 12 maggio: «L’argomento – egli scrive – fu la preghiera umile e fervorosa come fattrice delle Opere che s’intraprendono per la gloria di Dio e il bene delle anime. Ci metteva tutto l’animo in quel suo predicare – notò Padre Annibale – e quando descriveva come l’annichilimento dell’anima dinanzi a Dio, per cui la preghiera penetra i cieli, pareva che egli stesso si annichilisse dinanzi all’Altissimo, o meglio che riproducesse quella profonda, intima umiltà e perfetta amorosa fiducia con cui egli aveva già preso l’abito di annichilirsi nel sentimento del proprio nulla al Divino Cospetto, e di lasciare il suo cuore al Sommo Bene Gesù con quel fervore col quale tante grazie aveva strappate al Cuore adorabile del Divino Redentore. La conclusione del suo discorso fu sublime. Egli disse: Se iddio è onnipotente, la preghiera è onnipotentissima! Questa espressione mi colpì, mi istruì, mi rianimò […]. Terminata lui la Santa Messa, mi accinsi io a celebrarla, ed egli mi aiutava a vestire gli abiti, e siccome io volevo schermirmi, egli disse: Cui servire regnare est».
Il Di Francia fu colpito particolarmente dal «segreto» del Padre Giacomo.
«L’accompagnavo – scrisse – alla stazione dovendo egli ritornare a Palermo. Lungo la via, pensando a tante cose belle che aveva compìte il Padre Giacomo, giudicai che egli avesse qualche segreto religioso come ottenere tante grazie dal Signore. Lo interrogai: Padre Giacomo, come fa Vostra Reverenza per ottenere le grazie dal Signore per la fondazione della sua Opera? Mi rispose: Dico un’Ave alla Madre di Dio. Non mi appagai, mi parve troppo poco, e lo interrogai di nuovo: Dica pure quello che fa per ottenere le grazie. Mi replicò: Dico un’Ave alla Madre di Dio!
«Ed io, che non avevo la sua fede, ebbi il coraggio di insistere per la terza volta per strappargli il segreto col quale otteneva tanto quanto gli era d’uopo per l’incremento della sua bella Opera; e il Servo del Signore mi manifestò qual era il suo segreto ripetendomi per la terza volta la frase nuda e semplice: Dico un’Ave alla Madre di Dio!».
I due, conosciutisi, furono in rapporto di amicizia e di stima reciproca per tutta la vita. Il fatto poi che il Di Francia abbia chiesto l’incorporazione della sua Opera, dimostra la stima verso il Cusmano e, viceversa, questi non avendola accettata sulla base che si trattava di un’Opera già bene avviata e con un suo fine, denota l’apprezzamento e la stima personale del Cusmano verso Padre Annibale.
Così le lettere pervenuteci, ed ancora la relazione scritta dal Di Francia nel 1923, rendono palpitante la loro amicizia.
Pur con tratti comuni, la specificità dei carismi ci indica la grandezza di Dio che opera in tutti ed in ciascuno a modo proprio. Le loro comunanze, l’essere entrambi sacerdoti, impegnati nel sociale e nell’azione caritativa, fondatori, fiduciosi nella Provvidenza, di forte pietà cristologica e mariana, sebbene con sfumature diverse, permettono di stabilire un confronto proficuo.
Ciascuno viveva ed operava nell’umiltà e nel grande amore verso Dio e verso i poveri, ma nella stima profonda l’uno per l’altro, da cui si deduce e si comprende il valore della loro vera, santa e perenne amicizia, prima qui in terra, poi in cielo, e oggi nell’onore degli altari che la Chiesa ha decretato per entrambi.
Nel carteggio epistolare intercorso tra i due santi Fondatori, quello che li accomuna è l’incrollabile fiducia nella divina Provvidenza e uno straordinario amore per i poveri, nei quali tutti e due vedevano e veneravano Nostro Signore Gesù Cristo in persona.