Pellegrini, non vagabondi
di Bruno Rampazzo
Superiore Generale dei Rogazionisti
Com’è noto, uno degli aspetti spirituali più significativi e profondi del Giubileo è il pellegrinaggio, segno della condizione di ogni essere umano in quanto homo viator.
La vita è un viaggio, un percorso pieno di esperienze, cambiamenti e scoperte, simile, appunto, a un viaggio fisico. Questa metafora ricorda che ogni momento, ogni esperienza contribuisce alla crescita personale e alla comprensione di sé e del mondo, proprio come un viaggio porta a nuove conoscenze e prospettive. Il pellegrinaggio può essere visto come una rappresentazione
simbolica del viaggio della vita, con la partenza, il percorso e l’arrivo.
Viaggiatore o pellegrino? Il viaggiatore non si identifica col pellegrino, sebbene ambedue siano in cammino. La differenza principale tra un viaggiatore e un pellegrino risiede nelle motivazioni del viaggio. Un viaggiatore si muove per esplorare, scoprire nuovi luoghi e culture, spesso per piacere o per motivi professionali, mentre un pellegrino intraprende il viaggio con uno scopo spirituale o religioso, spesso diretto verso un luogo sacro o di importanza simbolica; il pellegrino cammina per tornare alla sorgente da cui proviene. Il pellegrino ha uno scopo preciso, spesso di natura spirituale o religiosa, e tende a concentrarsi sul raggiungimento di una
meta specifica, come un luogo sacro. Un viaggiatore, invece, può avere motivazioni più ampie, che includono il piacere, la scoperta o l’esplorazione, senza avere necessariamente un obiettivo specifico o religioso.
Pellegrino o turista? Il turista e il viaggiatore devono disporre di denaro, il pellegrino deve armarsi soprattutto di coraggio e lottare contro sé stesso. Il turista esige, il pellegrino si inginocchia e ringrazia. Il pellegrino è alla ricerca, spinto dal desiderio di raggiungere la propria
meta. Il turista evita ciò che potrebbe rendergli difficile il percorso. Il pellegrino valorizza la realtà incontrata non secondo criteri estetici o consumistici, ma in funzione del cammino. Rinuncia a qualcosa che possiede per qualcosa che è altrove; accetta la stanchezza, i limiti, gli
errori. Porta con sé l’essenziale. Non si scoraggia. Assume come stile di vita «l’essere per...». Ha una meta e si sente inserito in un progetto. È mosso da una chiamata che viene da dentro.
Vagabondo o pellegrino? Il vagabondo, a differenza del viaggiatore, del turista e del pellegrino, è una persona che, priva per lo più di una sede o dimora fissa, va errando di luogo in luogo, o gira oziosamente per le strade, vivendo di espedienti, talora di accattonaggio, vive alla giornata, senza un impegno e un progetto. Paradossalmente il pellegrino e il vagabondo possono condividere lo stesso cammino, cambia però la loro condizione. La differenza tra pellegrino e vagabondo consiste nel fatto che il primo ha una meta ben definita, mentre il vagabondo non ha meta e spesso si lascia condizionare; per lui è indifferente scegliere una strada piuttosto di un’altra perché non sa per quale ragione cammina, non sa neppure dove va. A differenza del pellegrino che si ferma a contemplare, il vagabondo in genere passa senza osservare. Se il pellegrino vive, il vagabondo sopravvive.
Non esistono vagabondi allo stato puro, semplicemente perché una vita senza desiderio e senza speranza è una contraddizione. Senza desiderio e senza speranza esiste solo la morte. È per questo motivo che la morte, prima di essere biologica, è interiore: tutte quelle volte che si sceglie di vagabondare si spengono i desideri e i sogni. La bellezza della mèta, la fatica del cammino, il desiderio di raggiungere ciò che si ama rendano l’uomo pellegrino.
Non tutti possono permettersi di viaggiare, fare turismo o vagabondare. Tutti invece possiamo e dobbiamo essere pellegrini dell’Assoluto. Quando si arriva al santuario o alla porta santa, allora inizia il vero pellegrinaggio che porta al cuore delle persone, dove vengono fatte le scelte
più importanti. Questo è il vero pellegrinaggio che tutti possiamo fare, anche chi non può camminare. Anche un asino può recarsi alla Mecca - ricorda un antico proverbio arabo - ma non per questo è un pellegrino. Dice san Gregorio di Nissa a proposito dei pellegrinaggi: «Col cambiare il luogo non ci si avvicina di più a Dio». A Dio non ci si avvicina che col cambiare sé stessi.
Rivista Sant'Annibale