Annibale Di Francia e Luigi Orione: ovvero l’amicizia dei Santi - Pagina 2 PDF Stampa E-mail
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Venerdì 15 Maggio 2009 17:11
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Annibale Di Francia e Luigi Orione: ovvero l’amicizia dei Santi
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In quella sera dell’autunno 1939,io che sto scrivendo, non potevo sapere nulla di tutto questo; io, venuto da una borgata di campagna, dove non giungeva nessun’eco, nemmeno del paese vicino: non c’era luce, non c’era radio, non giornali, né niente altro che potesse farmi andare al di là delle parole e delle immagini del sussidiario di quinta elementare, dove ricordo che accanto alle immagini degli uomini di governo, c’era quella del Papa di allora, Pio XI. Ma restai affascinato dalle parole di quel prete, e la sua figura mi è rimasta impressa nella mente.

Don Orione a Messina. Il 14 gennaio del 1909, Don Orione giungeva a Messina, o meglio tra le macerie di quella che era stata la città di Messina, non sappiamo se mandato dal Papa (San) Pio X, motu proprio, o se richiesto dall’Arcivescovo di allora, Monsignor Letteri`o D’Arrigo. Lasciamo ad altri il compito di risolvere questo irrilevante dubbio storico, se ne vale la pena. Un fatto è certo, Don Orione giungeva come «Vicario Generale» della Diocesi. E` naturale, ed è logico pensarlo, che qualcuno della Diocesi provasse un certo che di risentimento per questo forestiero, che rischiava di essere considerato un intruso indesiderato. Ma non si deve dimenticare che tra le decine di migliaia di morti, c’erano stati anche un buon numero di sacerdoti; e di chiese, a partire dalla Cattedrale fino alla più piccola cappella, non c’era più niente in piedi. Si pensi un po’ allo smarrimento e alla desolazione che opprimevano il cuore dell’Arcivescovo, che era rimasto vivo e arroccato in un angolo dell’edificio vescovile, letteralmente crollato.

Quando Don Orione giunse a Messina erano appena trascorsi meno di trenta giorni dal terremoto. Per parlare, e ancor di più per scrivere, di un avvenimento passato in cui si intrecciano uomini, cose ed eventi tragici, è assolutamente necessario doversi e sapersi rituffare nell’epoca, fare cioè, anche qui, la compositio loci et temporis, cioè la ricostruzione dei luoghi, dei tempi e dell’ambiente. Il luogo: prima di tutto, Messina, che era un ammasso di macerie, e dire che era una città morta è poco. Oltre i morti (circa ottantamila) erano «morte» le case, le cose, gli animi, le vie, le condutture di acqua, di luce e di gas, le chiese, i punti di riferimento, le caserme, gli ospedali: solo qualche rudere o qualche scheggia delle lastre di marmo segnaletiche delle vie, poteva far intuire approssimativamente in quale punto della ex-città ci si trovasse. E` facile parlare e vivere e governare quando tutto è a posto, ma quando non c’è più niente a posto, solo i grandi animi trovano la capacità e la forza di reagire, decidere, soccorrere e continuare, ripartendo da zero. E i grandi animi, per la maggior parte dei casi, sono i Santi.

Tale dunque era Messina quando giunse Don Orione: un cumulo, anzi una catena montuosa di macerie. Subito, ai suoi primi giorni messinesi, non sappiamo come, Don Orione, cercando e aprendosi un varco attraverso ruderi, voragini, sprofondamenti, sbarramento di travi e solai di tetti crollati, alberi sradicati, giunse al quartiere Avignone, le cui povere e squallide, ma linde, catapecchie, come per miracolo, erano rimaste illese dal cataclisma. Li` era il «Quartiere generale della Carità» e giungendo li` e incontrando il Padre Annibale Maria Di Francia rimase affascinato dalla sua personalità e dalla sua santità, e il fascino provato al primo impatto, si ripeteva a ognuna delle frequenti visite, degli incontri e delle conversazioni, il cui contenuto era certamente lo zelo, i progetti e la «strategia» per far risorgere quella città cosi` duramente provata. Sicché, quando egli, Don Orione, lasciava il quartiere Avignone per tornare al «palazzo» (per modo di dire) della Curia e al lavoro affidatogli dal Papa e richiesto dalle rovine del terremoto, a tutte le persone che incontrava, non sui marciapiedi che non esistevano più, ma intente a scavare piangendo e a frugare tra le rovine, ripeteva, forse con l’intenzione di incoraggiare e sollevare dalla disperazione, la frase che è rimasta nella memoria collettiva di molti testimoni: «Ma voi sapete quale grande santo avete in Messina?...».

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Veduta panoramica della città di Messina distrutta dal terremoto del 28 dicembre 1908

 



Ultimo aggiornamento Venerdì 15 Maggio 2009 17:22